«Sono nata e cresciuta a Ribera, dove ancora oggi vive la mia famiglia d’origine. Le radici hanno costruito la mia struttura valoriale: il legame familiare, la predisposizione a una visione di comunità e alla responsabilità personale e interpersonale. Ed è in queste radici che si fonda il mio impegno pubblico e sociale. Anche se la mia vita professionale si è sviluppata altrove, il legame affettivo con Ribera rimane vivo. Quelle radici incidono nel mio impegno pubblico: credo in istituzioni vicine alle persone, non astratte o burocratiche».
Lo dice, in questa intervista al Nuovo “Giornale Momenti”, la professoressa Caterina Pinelli, già candidata alle elezioni politiche per la Camera dei Deputati con Fratelli d’Italia, già segretaria locale di Fratelli d’Italia e di Forza Italia a Portogruaro (in provincia di Venezia) e attuale Presidente del Consiglio di Amministrazione dell’Istituzione Pubblica di Assistenza e Beneficenza (IPAB) “Giuseppe Francescon” della stessa città veneta.
Caterina Pinelli, ha qualche collaborazione o interlocuzione istituzionale con realtà associative o amministrative di Ribera?
«Non ricopro incarichi formali né ho collaborazioni istituzionali attive con il territorio riberese. Mantengo rapporti personali e di confronto, perché le radici si coltivano con discrezione, non si esibiscono».
La sua esperienza come segretaria locale di Fratelli d'Italia e di Forza Italia a Portogruaro ha segnato una fase importante del suo percorso: quali risultati considera più significativi di quell’impegno politico?
«L’esperienza da segretaria locale mi ha permesso di sviluppare competenze in ambito organizzativo e di poter instaurare un rapporto diretto con le persone e gli enti del territorio. Questo percorso è stato caratterizzato da un susseguirsi continuo di eventi, impegni, prese di consapevolezze e apprendimenti che sono stati nel loro complesso significativi per la mia persona. In questa mia crescita ho incontrato persone che hanno cercato di ostacolarmi e delegittimarmi, ma io sono riuscita a rimanere salda anche in un ambiente ostico. Il risultato più significativo non è stato un singolo episodio, ma l’aver contribuito a costruire una presenza politica strutturata, capace di affrontare temi concreti, sicurezza, servizi, qualità della vita, con serietà e senza slogan».
Da candidata alle elezioni politiche per la Camera dei Deputati con Fratelli d’Italia, quali temi ha ritenuto prioritari per il territorio e quali restano oggi al centro della sua visione?
«I temi centrali sono stati la sanità territoriale, la sicurezza e la tutela del potere d’acquisto delle famiglie, perché riguardano la vita quotidiana delle persone. Accanto a questi, ho posto con convinzione anche i temi identitari e culturali: la difesa delle radici occidentali, della nostra tradizione storica e delle origini religiose che hanno contribuito a costruire l’idea di persona, di dignità e di libertà su cui si fondano le istituzioni europee. Ritengo che l’Occidente, negli ultimi decenni, abbia attraversato una fase di smarrimento, talvolta incline a rileggere se stesso solo in chiave di colpa, dimenticando ciò che ha saputo generare in termini di libertà, diritti e sviluppo. Recuperare consapevolezza delle proprie radici culturali e religiose non significa chiudersi, ma avere basi solide per dialogare con il mondo senza rinunciare alla propria identità».
In qualità di Presidente del Consiglio di Amministrazione di una IPAB “Giuseppe Francescon”, quali sono le principali sfide gestionali e sociali che sta affrontando nella guida della fondazione?
«Le sfide principali sono la carenza di personale sanitario, la sostenibilità economica e la tutela delle famiglie rispetto al peso delle rette. Oggi reperire infermieri e operatori qualificati è sempre più difficile, e questo incide direttamente sui costi di gestione. A fronte di un aumento generalizzato delle spese energia, contratti, forniture il rischio è che l’equilibrio economico ricada sulle rette. Il nostro impegno è duplice: garantire qualità assistenziale elevata e, allo stesso tempo, contenere per quanto possibile l’impatto sulle famiglie, che già sostengono costi importanti. Governare una realtà sociosanitaria significa trovare ogni giorno un punto di equilibrio tra conti, personale e fragilità umane, senza perdere di vista la funzione pubblica e sociale dell’ente».
Come riesce a coniugare il suo ruolo istituzionale nella fondazione con la precedente e nota attività politica, garantendo equilibrio e imparzialità?
«Distinguo in modo netto i piani. La fondazione è un’istituzione pubblica che serve tutti, indipendentemente dalle idee politiche. Il mio compito è garantire correttezza gestionale, trasparenza e rispetto delle regole. Le opinioni personali non interferiscono con l’operatività dell’ente».
Ritiene che la sua esperienza sindacale come RSU e quella amministrativa si integrino nella gestione della fondazione? In che modo?
«L’esperienza sindacale mi ha insegnato ad ascoltare e a comprendere le dinamiche organizzative dal punto di vista dei lavoratori. Oggi questo mi aiuta a tenere insieme esigenze del personale e responsabilità amministrative, con maggiore equilibrio».
Oggi i social media rappresentano uno strumento centrale di comunicazione politica e istituzionale: che rapporto ha con queste piattaforme e quanto incidono sulla sua attività pubblica?
«I social sono uno strumento potente ma ambivalente. Consentono un contatto diretto con le persone, ma amplificano conflitti e semplificazioni. Li utilizzo come spazio di riflessione e confronto, consapevole che la responsabilità delle parole è ancora maggiore quando il mezzo è immediato».
Si considera un’influencer nel senso civico del termine, ovvero una persona capace di orientare opinioni e sensibilità sui temi educativi, sociali e politici?
«Non mi considero un’influencer. Se qualcuno segue ciò che scrivo, mi auguro che lo faccia perché trova argomentazioni e non slogan. Credo nel confronto razionale più che nell’influenza emotiva».
Quanto ha inciso il sostegno della sua famiglia — in particolare di suo marito, ufficiale dell’Accademia Militare di Modena — nel suo percorso professionale e pubblico?
«Il sostegno della mia famiglia è stato fondamentale. Mio marito, con la sua formazione militare, mi ha trasmesso il senso dello Stato, della disciplina e della responsabilità. Senza un equilibrio familiare solido è difficile sostenere ruoli pubblici impegnativi».
Le sue figlie hanno seguito strade legate all’istruzione e alla formazione: quanto il clima familiare ha influito sulle loro scelte e quanto il dialogo intergenerazionale arricchisce la sua visione?
«Le scelte delle mie figlie sono autonome, ma in famiglia lo studio, il dialogo e il senso del dovere sono sempre stati centrali. Il confronto con le nuove generazioni è arricchente: obbliga a spiegare, argomentare e talvolta rivedere le proprie posizioni».
In merito alla costituzione di una sede dell’Associazione Italia–Israele, quali obiettivi concreti intende perseguire sul territorio e quale ruolo immagina per questa realtà nel promuovere dialogo, cultura democratica e cooperazione internazionale?
«L’obiettivo è promuovere conoscenza e consapevolezza. Su Israele esiste spesso una narrazione semplificata e ideologizzata che non aiuta a comprendere la complessità storica degli ultimi ottant’anni. Prima di prendere posizione, è necessario conoscere: conoscere i passaggi storici, le guerre, le responsabilità e le dinamiche di sicurezza che caratterizzano quell’area. Israele è una democrazia che vive in una condizione di minaccia costante. Molti episodi di violenza quotidiana non trovano spazio nell’informazione internazionale, mentre l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sulle reazioni. L’associazione intende offrire strumenti di approfondimento storico e culturale, promuovere incontri e momenti di studio, nella convinzione che solo la conoscenza possa generare giudizi equilibrati e non guidati da una narrazione parziale».
Qual è oggi, secondo lei, il problema più profondo del dibattito pubblico italiano?
«Il problema è la distanza tra narrazione e realtà. Per anni il confronto è stato sostituito da una morale imposta dall’alto, dove chi poneva domande veniva delegittimato. Questo ha prodotto autocensura e ritardi nell’affrontare problemi concreti. Risvegliare le coscienze significa riportare il dibattito sui fatti, distinguere tra emozione e realtà e restituire legittimità al dissenso. Solo così si evitano danni concreti generati da scelte fondate più sull’ideologia che sull’analisi».

